LEGA NORD – LEGA LOMBARDA SEZIONE di MEDA

Archive for the ‘News’ Category

REGALO DI FINE ANNO DELLA GIUNTA CAIMI: AUTOVELOX SULLA MILANO MEDA…E, COMUNQUE, BUON ANNO!!!!

venerdì, dicembre 30th, 2016

Luminarie, riduzione delle tasse o altro? NO!!!!

Ecco il regalo di fine anno della giunta Caimi e degli amici PD della provincia di Monza e Brianza…un bel AUTOVELOX sulla Milano -Meda nel tratto di territorio medese….e così si fa cassa prelevando dalle tasche di cittadini….su una strada con limiti assurdi!!!!!!! GRAZIE!!!!…

Volete le prove: ecco il decreto deliberativo provinciale con accordo di programma con il comune di Meda….

Che sia una mano tesa del Comune di Meda al disastrato bilancio della provincia di Monza e della Brianza a seguito delle riforme assurde del PD nazionale?

immagine1

immagine2

immagine3

REFERENDUM – LE RAGIONI DEL NO – parte 1

martedì, novembre 15th, 2016

0-immagine

1-immagine

2-immagine

VARIANTE AL PGT: GLI ULTIMI 10 ANNI DI PROGRAMMAZIONE TERRITORIALE ED IL VOTO CONTRARIO MOTIVATO DELLA LEGA NORD

venerdì, novembre 4th, 2016

Prima di esprimere il giudizio definitivo sulla variante al PGT della giunta Caimi facciamo un breve excursus storico degli ultimi 10 anni mettendo a confronto le situazioni trovate a livello di programmazione territoriale dalla Lega Nord nel 2007 e dal PD nell’attuale quinquennio.

COSA TROVO’ LA LEGA NEL 2007: dalla giunta Forza Italia/Alleanza Nazionale ereditammo un documento d’inquadramento dei piani integrati che era un vero e proprio scempio per la città.

Circa 20 aree individuate come piani integrati compresi interventi su aree verdi in completa antitesi con il proposito dello strumento (recupero aree dismesse) senza alcuna o poche ricadute positive sul territorio.

Pochi ricordano che tra i primi atti urbanistici dell’amministrazione leghista ci fu la modifica del documento d’inquadramento (purtroppo molti interventi erano già partiti: Mascheroni, Baserga, San Fedele, Indipendenza, Solferino e via Adua (già adottato e da noi non approvato)…) e la modifica della modalità di approccio alle trattative di approvazione di detti piani cercando il massimo vantaggio a favore della collettività (si è chiesto talmente tanto per il pubblico che i piani non sono ancora partiti…Besana 1, Motta).

Trovò, inoltre, un ben pagato estensore ed una bozza di PGT che prevedeva la perequazione su tutto il territorio medese con l’ipotesi d’assegnazione di indici di edificabilità anche ai terreni interni al PLIS.

Il destino della Lega è stato di lavorare sempre di fretta come con la variante al PRG del 1994 per bloccare le lottizzazioni collinari.

COSA HA TROVATO IL PD NEL 2012: un PGT che è stata una buona base di partenza per la variante approvata in questi giorni che ne è un’evoluzione sotto diversi punti di vista.

La non negatività dell’eredità risulta anche dall’analisi dei 4 anni d’applicazione; le nuove edificazioni si contano sulle dita di una mano mentre pare centrato l’obiettivo del piano volto a valorizzare e sistemare il patrimonio edilizio esistente con l’avvio di molti interventi di recupero. Insomma non si è visto il tanto ripetuto “toglie poco a tanti per dare tanto a pochi ”.

L’avvio della trattativa/procedura, favorita dalla creazione dell’Area di Connessione Ecologica in zona cave, per inserire l’area del Plis di Meda nel parco regionale delle Groane.

PASSIAMO ALLA VALUTAZIONE DELLA VARIANTE: come dicevo, la vostra variante sviluppa e migliora norme del nostro PGT con percorsi che, fino ad allora, non erano state praticate per la presenza di forti resistenze di vecchia mentalità; il cambio di destinazione d’uso nel sistema casa/bottega, ad esempio, ora da voi giustamente estesa anche se, secondo noi, in maniera eccessivamente libera.

Pur nell’osservanza della legge regionale n. 31/2014, condividiamo l’aver optato per l’eliminazione delle aree di trasformazione su aree verdi ed per il mantenimento come tale; un’azione che il gruppo consiliare della Lega Nord non riuscì ad imporre nel quinquennio leghista ma che sfocio, nel 2013, nel semestre leghista, in una delibera che impegnava in questo senso la futura variante al PGT.

COSA RESTA IN SOSPESO: non è ancora stata risolta, nonostante la forte spinta dei cittadini e della Lega Nord, la decennale problematica della presenza dei lotti edificati all’interno del PLIS individuati come area agricola; una forte discriminazione nei confronti di alcuni cittadini medesi.

COSA NON CI PIACE: in primis l’area di trasformazione AT1 (ex Medaspan); un’area di trasformazione completamente diversa da quella ipotizzata dalla Lega Nord. Un punto strategico è ora divenuto la mera sistemazione di un’area industriale sostituita da un intervento commerciale di grandi dimensioni con annessi enormi problemi di viabilità rilevati dalla stessa Regione Lombardia.

La perequazione: la formula applicata è basata sulla lodevole scelta di porre quale merce di scambio l’acquisizione a patrimonio pubblico di aree verdi all’interno del tessuto edificato; il problema è la difficilissima possibilità che questa operazione abbia seguito per vari motivi tra cui la saturazione del territorio e il grande blocco del mercato mobiliare.

Di contro è incomprensibile la non applicazione della perequazione nel centro storico al fine di spostare volumi e recuperare spazi ed aree pubbliche.

Per ultimo, le norme, seppur ridotte nel numero e molto semplificate, contengono articoli troppo facili ad interpretazioni diverse e possibili applicazioni differenti.

Per queste ragioni il nostro voto contrario, basato su ciò che non ci piace della variante, non è da leggere come una bocciatura totale del lavoro fatto ma, piuttosto, frutto del non aver riscontrato, nello strumento, tutte le istanze che ci appartengono.

meda

UNA CHIARA DOMANDA: PERCHE’ HAN TAGLIATO QUELLE PIANTE???

lunedì, agosto 22nd, 2016

Le immagini di via Seveso sono più chiare delle parole in questo caso.

Perché questa iniziativa agostana?

In attesa di una chiara ed esaustiva risposta da parte dell’amministrazione restano le contrastanti dichiarazioni dell’assessore Salimbeni (oltre che dal profondo sapore di presa in giro: “si sono svegliati (i cittadini n.d.r.) pensando di essere in un paesino del Trentino per l’insistente rumore di motoseghe al lavoro”…magari fossimo in una regione dalla spiccata autonomia come il Trentino e per questo invitiamo l’assessore, amante del Trentino, a sostenerci nella campagna referendaria per dare maggiore autonomia alla regione Lombardia…ma non allo scopo di svegliarci al suono delle motoseghe!!!) e le “tristi” parole del Sindaco in risposta a chi chiedeva chiarimenti ed esprimeva proprie libere opinioni e sdegno (giustificato dall’assenza di chiare risposte dell’amministrazione) sul taglio di queste piante….

In attesa di comunicati ufficiali da chi ha preso la decisione del taglio proviamo a dare noi risposte a seguito di sopralluogo: delle 11 piante tagliate, tutte erano in prossimità di edifici tranne una che il cui taglio si può supporre si sia reso necessario perché la pianta era malata. Per quanto riguarda quelle in prossimità di abitazioni è fuori dubbio che queste, anche a norma del codice civile, fossero troppo vicine alle abitazioni e, oramai diventate di alto fusto (quanto si piantarono, negli anni 80, forse non si calcolò che l’essenza arborea in questione avrebbe raggiunto dimensioni ragguardevoli), probabilmente creassero problemi alle proprietà; ma allora perché si arriva solo nell’agosto del 2016 a ritenere necessario il taglio? Vi furono in precedenza istanze, di tutti i proprietari interessati dalla presenza delle piante, richiedenti la sistemazione della situazione? Possiamo parlare di un atto di prevenzione da parte del comune per evitare eventuali danni ai privati con i relativi costi di risarcimento?

Quindi i nostri ragionamenti generano ancora domande cui speriamo un giorno si dia risposta…ma, cosa importante, stiamo allegri…

FullSizeRender

13880160_1074642489238628_5158100398250951582_n

14022225_1074585925910951_8716134114491304027_n

 

PERCORSO PEDONALE CORSO MATTEOTTI – QUASI 5 ANNI PER APPLICARE UN’ORDINANZA

venerdì, luglio 22nd, 2016

Da non credere…potrebbe apparire una mossa della Lega Nord Meda per attribuirsi meriti che non ha, ma non è così; nell’autunno del 2011 l’allora assessore alla viabilità, Luca Santambrogio, tra altre, chiedeva di istituire un percorso pedonale in Corso Matteotti che unisse i marciapiedi già presenti in detto Corso (fino a via XX Settembre) a quelli appena terminati di via Manzoni e piazza Volta creando un percorso pedonale che dal confine estremo di Meda porta in sicurezza fino in stazione ed oltre, per l’esattezza fino a via Marco Polo.

FullSizeRender

Come visibile sul sito del comune (ordinanza n. 88/2011) , con ordinanza n. 88 del 12.12.2011, il comando di Polizia Locale istituisce il percorso pedonale in Corso Matteotti da via XX Settembre fino a Corso Italia….peccato che detta ordinanza rimane sulla carta per quasi 5 anni venendo messa in atto solo a partire dal 20/07/2016.

Unica differenza da quel lontano 12 dicembre 2011: oggi non è più necessario proteggere il percorso con paletti/dissuasori (fattore di ritardo dell’applicazione dell’ordinanza nel 2011)…ma cosa è cambiato da allora ad oggi per far cambiare idea al Comando di Polizia Locale???

Resta il fatto che si sono persi 5 lunghi anni per asfaltare un striscetta di strada e fare due strisce con il disegno del pedone!!!!

FullSizeRender1

PS: come si nota nella foto qualche incivile non ha perso il vizio di parcheggiare dove non si deve, ora con l’aggravante di parcheggiare su un passaggio pedonale: si interverrà sanzionando l’infrazione?

ordinanza del 12.12.2011

13 E 20 LUGLIO 2016: APPROFONDIMENTI POLITICI IN INCONTRI PUBBLICI IN LEGA NORD MEDA

martedì, luglio 5th, 2016

volantino estivo

ANALISI DATI SANZIONI STRADALI A MEDA – ANNO 2015: IL COMUNE BATTE CASSA SULLA SUPERSTRADA MILANO-MEDA

lunedì, giugno 20th, 2016

In consiglio comunale abbiamo accennato ad una nostra richiesta datata 07.03.2016 con la quale chiedevamo il numero di “multe” per via sul territorio medese che era rimasta senza risposta.

In data 13.06.2016 abbiamo ricevuto la risposta con allegati i dati richiesti, con il ritardo dovuto ad un disguido tecnico degli uffici.

Abbiamo, quindi, potuto analizzare i dati finalmente in nostro possesso e rilevare quali sono le zone calde della città relativamente alla rilevazione di sanzioni stradali siano queste, ad esempio, per eccesso di velocità o per divieto di sosta.

Su un totale di 2465 accertamenti, spicca la rilevazione, sicuramente per superamento dei limiti di velocità (n. 613 accertamenti),  sulla SS 35, la superstrada Milano Meda, che si dimostra un “buon” luogo per garantire entrate alle casse comunali (naturalmente a danno delle tasche dei cittadini). Qui, infatti, si registrano circa il 25% delle contestazioni/accertamenti.

Passando, invece, alla rilevazione dei divieti di sosta, la via Solferino che con 188 accertamenti è la via più sanzionata del territorio medese.

Ci auguriamo che la stessa analisi da noi fatta attraverso questi dati, venga effettuata dall’amministrazione comunale; i dati in questione possono dare un quadro molto chiaro sulle carenze del territorio in tema di parcheggi e di messa in sicurezza di strade e piazze della città utili per la programmazione sia di un Piano Urbano del traffico rispondente alle esigenze del territorio, sia una programmazione dei lavori pubblici che vada incontro alle esigenze viabilistiche delle varie zone della cittadina. Al momento non ci pare che questo tipo di analisi sia stata fatta!!!

Di seguito un estratto dei dati.

multe 2015

I “VEZZI” PEGGIORI DELLA PRIMA E DELLA SECONDA REPUBBLICA IN VERMONDO BUSNELLI….

lunedì, maggio 2nd, 2016

A sentirlo parlare in consiglio comunale pare di sentire un “attempato” componente dei Cinque Stelle (passateci il termine in considerazione della bassa età media del movimento grillino), ma nei fatti è un concentrato delle peggiori abitudini della prima e seconda repubblica trasformato in rappresentante di una lista civica. Insomma, si comporta come alcuni rappresentanti di quei partiti dai quali si dichiara tanto lontano.

Quella dell’assunzione dei meriti per la partenza dei lavori della stazione è solo l’ultima  “auto celebrazione” del consigliere Vermondo Busnelli.

Su questo punto i fatti non sono assolutamente andati come ha detto il consigliere Busnelli, essendo stato, quello di far partire i lavori del terzo lotto della stazione, un grosso sforzo comune; un lavoro di concerto fra più forze politiche, tra le quali, sicuramente, ha giocato un ruolo anche la lista civica con la sua raccolta firme.

Ma i due soggetti principali della vicenda, perché ci piace essere obiettivi, sono stati la pressione costante del Comitato pendolari della Milano Asso e la Regione Lombardia che ha finanziato e fatto la gara d’appalto per poi, a breve, avviare i lavori.

FullSizeRender

11220903_889274797884677_2680429770366987276_n

IL TUO 2×1000 ALLA LEGA…

mercoledì, aprile 20th, 2016

2x1000-a

2x1000-b

REFERENDUM TRIVELLE: LE RAGIONI DEL “SI”

lunedì, marzo 21st, 2016

In considerazione dell’avvicinarsi della data del 17 aprile, iniziamo un’analisi delle posizioni relativamente al quesito referendario sulle trivellazioni. Iniziamo con le ragioni del SI.

Comitato promotore composto da 9 regioni: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise.

Dati tecnici sul referendum:

  • Referendum abrogativo, ovvero uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che la Costituzione offre ai cittadini per chiedere la cancellazione, in tutto o in parte, di una legge dello Stato.
  • Si vota nella sola giornata di domenica 17 aprile.
  • Si vota in tutta Italia e possono votare tutti i cittadini italiani maggiorenni.
  • Votano anche gli italiani residenti all’estero.
  • Bisogna votare Sì per dire stop alle trivellazioni.
  • Affinché il referendum vada a buon fine occorre che vada a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto e che la maggioranza dei votanti si esprima con un “Sì”.

Il testo del quesito:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

Cosa si chiede esattamente con il referendum del 17 aprile 2016?

Con il referendum del 17 aprile si chiede agli elettori di fermare definitivamente le trivellazioni in mare. In questo modo si riusciranno a tutelare definitivamente le acque territoriali italiane.

Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo.

Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa.

Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni.

Ad oggi vi sono 63 concessioni ministeriali per ricerche in mare.

È possibile che, qualora il referendum raggiunga la maggioranza dei “Sì”, il risultato venga poi “tradito”?

A seguito di un eventuale esito positivo del referendum, il Parlamento o il Governo non potrebbero modificare il risultato ottenuto. La cancellazione della norma che al momento consente di estrarre gas e petrolio senza limiti di tempo sarebbe immediatamente operativa.

L’obiettivo del referendum è chiaro e mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto. Come la Corte costituzionale ha più volte precisato, il Parlamento non può successivamente modificare il risultato che si è avuto con il referendum, altrimenti lederebbe la volontà popolare espressa attraverso la consultazione referendaria.

Qualora però non si raggiungesse il quorum previsto perché il referendum sia valido (50% più uno degli aventi diritto al voto), il Parlamento potrebbe fare ciò che vuole: anche prevedere che si torni a cercare ed estrarre gas e petrolio ovunque.

È vero che se vincesse il “Sì” si perderebbero moltissimi posti di lavoro?

Un’eventuale vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso.

Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli elettori sono chiamati alle urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione. Oggi non è più così: se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può – in virtù di quella norma – estrarre fino a quando lo desideri. Se, invece, al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni ancora e basta, e cioè fino al 2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre.

E la “corsa al petrolio” nel Mediterraneo?

Anche i nostri dirimpettai che si affacciano sull’Adriatico stanno rinunciando alle estrazioni.

Il Primo Ministro Croato Tihomir Oreskovic ha annunciato di recente una moratoria delle perforazioni

I NoTriv pugliesi hanno chiesto al governo montenegrino, oltre a quello italiano, di bloccare ogni attività di ricerca per evidenti rischi ambientali e per il pericolo di intercettare ordigni inesplosi risalenti alla 2° guerra mondiale e a quella del Kossovo.

L’Europa cosa ne dice?

La norma voluta dal governo è palesemente illegittima, in quanto prevedendo una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza. La previsione di legge, in altri termini, si pone in contrasto con il diritto dell’Unione Europea e, segnatamente, con la  direttiva 94/22/CE (recepita dall’Italia con d.lgs. 25 novembre 1996, n. 625), la quale, al fine di realizzare taluni obiettivi, tra cui il rafforzamento della competitività economica e la garanzia dell’accesso non discriminatorio alle attività di prospezione, di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi e al loro esercizio, secondo modalità che favoriscono una maggiore concorrenza nel settore, prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali essa stata concessa” e che solo in via eccezionale (e non in via generale e a tempo indeterminato) il legislatore statale possa prevedere proroghe della durata dei titoli abilitativi, “se la durata stabilita non sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività stata condotta conformemente all’autorizzazione”. D’altra parte, il caso della direttiva Bolkestein, e cioè della legittimità delle proroghe delle concessioni balneari (sulla quale la Corte di giustizia si pronuncerà a breve), dovrebbe insegnare qualcosa. Questo vuol dire che, indipendentemente da una procedura di infrazione che l’Unione europea potrebbe aprire nei confronti dell’Italia, qualora la norma sulla durata delle concessioni arrivasse sul tavolo della  Corte costituzionale, questa ne dichiarerebbe quasi certamente l’illegittimità per violazione dell’art. 117, primo comma, della Costituzione. Se ciò accadesse, le concessioni tornerebbero di nuovo a scadere secondo la data originariamente prevista. Proprio come si propone ora con il referendum abrogativo. Ma con una differenza di non poco conto: che in questa evenienza, non conoscendosi ancora né l’ora né il giorno, sarebbe troppo tardi per intervenire e salvare i lavoratori che il governo dice di voler difendere e invece non tutela.

L’Italia dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dall’estero. Non sarebbe opportuno, al contrario, investire nella ricerca degli idrocarburi e incrementare l’estrazione di gas e petrolio?

L’aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale.

Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società private – per lo più straniere – la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti.

Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano: portarlo via o magari rivendercelo.

Allo Stato esse sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto.

Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty.

Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno e godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo.

Nell’ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro.

Il rilancio delle attività petrolifere non costituisce un’occasione di crescita per l’Italia?

Secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve certe e a fronte dei consumi annui nel nostro Paese, anche qualora le estrazioni petrolifere e di gas fossero  collegate al fabbisogno energetico nazionale, le risorse rinvenute sarebbero comunque esigue e del tutto insufficienti. Considerando tutto il petrolio presente sotto il mare italiano, questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di greggio per 8 settimane.

La ricchezza dell’Italia , in verità, un’altra: per esempio il turismo, che contribuisce ogni anno circa al 10% del PIL nazionale, dà lavoro a quasi 3 milioni di persone, per un fatturato di circa 160 miliardi di euro; la pesca, che si esercita lungo i 7.456 km di costa entro le 12 miglia marine, produce circa il 2,5% del PIL e dà lavoro a quasi 350.000 persone; il patrimonio culturale, che vale 5,4% del PIL e che dà lavoro a circa 1 milione e 400.000 persone, con un fatturato annuo di circa 40 miliardi di euro; il comparto agroalimentare, che vale l’8,7% del PIL, dà lavoro a 3 milioni e 300.000 persone con un fatturato annuo di 119 miliardi di euro e che nel solo 2014 ha conosciuto l’esportazione di prodotti per un fatturato di circa 34,4 miliardi di euro; e soprattutto la piccola e media impresa, che conta circa 4,2 milioni di piccole e medie “industrie” (e, cioè , il 99,8% del totale delle industrie italiane), e che costituisce il vero motore dell’intero sistema economico nazionale: tali imprese assorbono l’81,7% del totale dei lavoratori del nostro Paese, generano il

58,5% del valore delle esportazioni e contribuiscono al 70,8% del PIL. Il solo comparto manifatturiero, che conta circa 530.000 aziende, occupa circa 4,8 milioni di addetti, fattura 230 miliardi di euro l’anno, equivalente al 13% del PIL nazionale, e contribuisce al totale delle esportazioni del Made in Italy nella misura del 53,6%.

Però gli italiani utilizzano sempre di più la macchina per spostarsi. Non è un controsenso?

Ciò che si estrae in Italia non è necessariamente destinato alla produzione del carburante per le autovetture ed ancor meno per quelle in circolazione nel nostro Paese.

Ad ogni modo, gli italiani si trovano spesso costretti ad utilizzare l’auto di proprietà. A fronte di un sistema di trasporti pubblici gravemente lacunoso non hanno praticamente scelta. In alcuni Paesi del Nord Europa l’utilizzo dell’auto privata spesso avvertito come un “peso” e ritenuto economicamente non vantaggioso.

Le cose andrebbero diversamente se si perseguisse una seria politica dei trasporti pubblici.

Secondo l’Unione Europea, rispetto agli altri Stati membri, l’Italia al riguardo agli ultimi posti.

Cosa ci si attende?

Il voto referendario è uno dei pochi strumenti di democrazia a disposizione dei cittadini italiani ed è giusto che i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi anche sul futuro energetico del nostro Paese.

Nel dicembre del 2015 l’Italia ha partecipato alla Conferenza ONU sui cambiamenti climatici tenutasi a Parigi, impegnandosi, assieme ad altri 185 Paesi, a contenere il riscaldamento globale entro1,5 gradi centigradi e a seguire la strada della decarbonizzazione.

Fermare le trivellazioni in mare è in linea con gli impegni presi a Parigi e contribuirà al raggiungimento di quell’obiettivo.

È necessario, nel frattempo, affrontare il problema della transizione energetica, puntando anche sul risparmio e sull’efficienza energetica e investendo da subito nel settore delle energie rinnovabili, che potrà generare progressivamente migliaia di nuovi posti di lavoro.

Il tempo delle fonti fossili è scaduto: è ora di aprire ad un modello economico alternativo.

Perché questo referendum?

Per tutelare i mari italiani, anzitutto. Il mare ricopre il 71% della superficie del Pianeta e svolge un ruolo fondamentale per la vita dell’uomo sulla terra. Con la sua enorme moltitudine di esseri viventi vegetali e animali – dal fitoplancton alle grandi balene – produce, se in buona salute, il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe fino ad 1/3 delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche.

La ricerca e l’estrazione di idrocarburi ha un notevole impatto sulla vita del mare: la ricerca del gas e del petrolio attraverso la tecnica dell’airgun incide, in particolar modo, sulla fauna marina:

le emissioni acustiche dovute all’utilizzo di tale tecnica può elevare il livello di stress dei mammiferi marini, può modificare il loro comportamento e indebolire il loro sistema immunitario.

Ricerca e trivellazioni offshore costituiscono un rischio anche per la pesca. Le attività di prospezione sismica e le esplosioni provocate dall’uso dell’airgun possono provocare danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini – cetacei, tartarughe, pesci, molluschi e crostacei – e alterare la catena trofica.

Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo.

Un eventuale incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità della vita e con gravi ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca.

Le colpe del governo Renzi:

Con lo Sblocca Italia il governo ha dichiarato “strategiche” le trivellazioni, esautorando di fatto Regioni ed Enti Locali da ogni decisione.

Nel tentativo di boicottare il referendum, il governo ha negato il suo accorpamento con il voto delle Amministrative, causando un esborso di oltre 360 milioni di euro.